La pietra interpreta la Tavola degli Dei: Fluusai, musa dei germogli

Bianca Campli commenta la mostra di Giuseppe Colangelo

Vorrei partire dalla prima parte del titolo che, nella brochure, introduce le opere di Giuseppe Colangelo. Fin qui la suggestione [in linea con la tradizione: erano di pietra le Tavole dei comandamenti che Dio consegnò a Mosè sul Monte Sinai e che avevano carattere normativo e prescrittivo; non si sa se fossero di pietra o di bronzo o legno o, addirittura, avorio le Dodici tavole affisse nel foro romano, dove rimasero fino al sacco di Roma del 390 a.C. e che rappresentavano, secondo Tito Livio, la fonte di tutto il diritto pubblico e privato; dovevano essere incise sul bronzo e ornare il suo mausoleo le Res gestae divi Augusti, anche se a noi sono pervenute incise sulle pareti del “Tempio di Roma e Augusto” della odierna Ankara e che costituivano il conto consuntivo del governo del primo imperatore romano; sono incise nella pietra degli Archi trionfali, disseminati dell’ex impero romano, le memorie di altri imperatori.

In tutte queste opere, così come nella Tavola di Agnone, il carattere prescrittivo o celebrativo si accorda perfettamente con il materiale, con il medium espressivo e con il suo carattere di durezza imperitura: la pietra.

Ma c’è la seconda parte del titolo: Fluusai, musa dei germogli. E’ la stessa divinità che i romani chiamavano Flora e che nella tavola di Agnone è accostata a Cerere come ministra della Dea. A Roma la festa in onore di Flora era importantissima, le Floralia, e durava dal 28 Aprile al 3 Maggio, con cerimonie orgiastiche di tema pastorale. Ad Atene le Floralia o Antesterie erano celebrate in onore di Dioniso e avevano a che vedere con il piacere del vino e il fiorire primaverile e si celebravano tra febbraio e marzo. Anch’esse si caratterizzavano per il loro carattere eversivo dell’ordine tradizionale e per la rottura di tutti gli statuti giuridici riconosciuti: rottura della gerarchia padrone-schiavo, della relazione e gerarchia familiare marito-moglie ( le donne abbandonavano la casa per seguire e officiare i riti dionisiaci), fino alla violazione più inquietante: quella del confine vivi-morti ( i morti venivano evocati e placati con cibi e riti).

Come si accordano le due parti del titolo? Come può la pietra esprimere la leggerezza dei germogli, la morbidezza dei petali? Questa è la domanda intrigante.

Non è la prima volta che fiori o alberi vengono resi plasticamente in marmo o in pietra (basti pensare alle foglie di acanto dei capitelli corinzi, ai festoni di fiori dei templi romani, agli effetti naturalistici della “Fontane dei fiumi” di Bernini). Tuttavia ci siamo sempre trovati davanti ad una specie di esibizione della perizia tecnica nel rendere in pietra la verosimiglianza della natura. Giuseppe, invece, è proprio interessato al germoglio, alla fase aurorale della vita, allorché un germoglio vitale, irruente, rompe l’involucro che lo conteneva e si apre, letteralmente, spalancando i petali alla luce ed al sole. C’è in questi lavori una sorta di cantico delle creature in formato vegetale, che scaturisce anche da un percorso privato, la nascita di Filippo, che ha fatto spostare le sculture di Colangelo dalla resa plastica di masse anche monumentali, alla scultura su scala minore, più colloquiale e con i temi legati alla germinazione.

Diceva Henry Moore, il grande scultore inglese che Giuseppe, soprattutto nelle opere precedenti, mostra di aver meditato attentamente che “La natura fornisce allo scultore un repertorio illimitato di forme e ritmi, che gli permette di arricchire immensamente le proprie esperienze della forma”. Questo repertorio formale, però, non può essere copiato pedissequamente come veniva in altre epoche storiche, allorché l’arte era la narrazione mimetica della natura. Ad una resa oggettiva della realtà oggi si sostituisce un racconto soggettivo, alla bellezza dell’espressione. E allora lo scultore cambia il formato di ciascun oggetto, lavorando su una scala proporzionale paradossalmente diversa e questo crea un effetto di straniamento, ma anche libera l’immaginazione, suggerisce altre forme e altre identità, crea nuovi paesaggi.

Insomma oggi, come diceva Frey, ci siamo tolti gli occhiali della Grecia. Questo ha sicuramente comportato uno straordinario delle categorie estetiche, ma anche quelle interpretative, generando una difficoltà di adeguare la prorompente novità delle Avanguardie a etichette e terminologie preesistenti.

Ma torniamo ai germogli di Giuseppe. L’accostamento tra fiori e foglie e la figura femminile è frequente nelle sculture di Picasso, il più importante artista del 900 e rimanda, tra l’altro, ad una consolidata mitologia: Cerere-Demetra e la spiga di grano; Prosperina, la regina dell’Ade, e il melograno; Dafne e l’alloro. Dunque i germogli rimandano ad altro. E’ della donna come principio generatore che stiamo parlando, è la Shakti indiana, l’energia vitale, è tutto quello che miticamente la donna ha significato : la vita, ma anche la morte. Cerere la dea delle messi è madre di Proserpina, la regina del regno dei morti.

Il germoglio condensa in sé la vita, ma anche la morte: dal regno di sotto (la terra) esce timidamente ma non meno impetuosamente nel regno di sopra, quelli dei vivi. Non è un caso che tra le opere in mostra Giuseppe abbia inserito una scultura che rappresenta i Dervisci, i mistici sufi che nella danza orgiastica perdono il sé per unirsi al tutto (che è morire), in un rovescio speculare del percorso fatto dai germogli: dal tutto alla singolarità ( che è vivere). E allora la contradizione che rilevano, tra la durezza della pietra e la fragilità del bocciolo che essa vuole rappresentare, è perfettamente funzionale al racconto binario eternità-caducità, vita-morte. E questa è la risposta.

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