"UnSoloGiorno - L'Abruzzo in pietra"

 

Colangelo è uno scultore, non fa lo scultore: questo il punto di partenza di ogni riflessione sulla sua arte e sulle sue opere. Sulla sua poetica,  che in un luogo come questo Auditorium aquilano, viene da definire “sinfonica”, perché contraddistinta da una  ricerca ed un lavoro incessanti, spinti da una sorta di vocazione a “scolpire” ogni idea, suscitata registrando con gli occhi e con la mente la varietà delle cose, per trasmutarle poi con forza, in simulacri di pietra.

 

Ricerca e lavoro incessanti e coerenti, quelli di Colangelo – da molti anni impegnato in mostre e simposi di scultura, spesso dialoganti con l’ambiente naturale ed intesi a rinnovare, nobilitandola con l’ideazione creativa contemporanea, l’antica arte degli scalpellini – contraddistinti da un’origine identitaria altrettanto radicale, rintracciabile principalmente nella montagna, “madre” di  roccia e di  storia. Anche per questo è da credere che alla sua ombra, l’artista abbia deciso di vivere la propria vita a Castiglione Messer Marino, nel territorio dell’alto vastese in provincia di Chieti, a 1.000 metri di altitudine, e di dedicare tante energie a svariate manifestazioni di scultura live, tra cui quella che annualmente organizza a Pescopennataro,  paese dell’Alto Molise in provincia di Isernia, a 1.190 metri sul livello del mare.

 

Ma, in un momento in cui l’arte vive del confronto con il mondo intero,  quali altri luoghi potrebbero apparire meno globali di Castiglione M. M. o Pescopennataro e altrettanto lontani dallo spirito del tempo? In verità, le opere di Colangelo sono tanto identitarie da poter confluire quasi naturalmente – vedi Arrosticino o Guerriero  in una mostra tematica come questa dedicata all’Abruzzo, quali  icone di una civiltà  locale, che si riconosce nella propria storia come nelle tradizioni e nella natura dei propri  luoghi,  ma sono anche opere astratte, non generate dalla mimesi localistica, piuttosto protese ad interpretare un’idea, o un concetto. Ed in quanto tali, traducendo con un contemporaneo codice morfologico, asciutto ed essenziale, la lingua antica e grande della scultura “fatta per via di levare”, esse acquistano forza sufficiente per superare ogni confine geografico e culturale:  soprattutto raccontano la vita che pulsa nella materia cui mette mano lo scultore quando si confronta con la pietra da sbozzare, levigare, lucidare.

 

In Abruzzo in pietra, è la totalità dell’essere che affiora dalle opere di Colangelo, microcosmi nei quali si coagula, con la vita dell’autore – i l suo vedere, sentire, credere, vivere, gioire e soffrire – anche  la nostra vita: ecco che il travertino rosso di Maggiociondolo, evidentemente impiegato per le qualità intrinseche di colore e struttura, letteralmente genera, partorisce quasi i coaguli in boccio di pietra della  Majella, primi vagiti dell’essere appena venuto alla luce, mentre il marmo statuario lucente e compatto che forma una sorta di cresta in Germinazione, irrompe nello spazio  quasi  espulso dalla calotta ovoidale in noce, morbidamente e naturalmente intagliata nel verso della fibra, cui però rimane ancorato, forse pure comodamente allettato in essa, come il nascituro o l’appena nato nel seno materno.

 

Opere queste, come molte altre che l’artista denomina  germogli  o  virgulti, le quali  fanno riferimento alla vita vegetale ancora in boccio, elementi  teneri e minimi, “ultimi” quasi, essendo invece primi nel tempo della vita, cui la pietra conferisce spessori impossibili e paradossali, evidenti metafore dell’energia vitale che sospinge semplicemente ad essere uomini, come, e non solo come, fiori o piante. Davanti alle pietre di Colangelo, sembra di  vedere lui, scultore, all’opera, mentre si lascia sbiancare dalla polvere di marmo per riemergere infine ad una vita nuova ogni volta  che dalle sue mani e dai suoi attrezzi  affiora una forma nuova, quasi come in una catarsi quotidiana, che si rinnova al rinnovarsi di ogni gesto scultoreo, potente e ri-creatore, che come una preghiera rinnova e pacifica lo spirito di chi la recita.

 

Energia  dunque, è quello che Colangelo  sembra voler intercettare e far confluire in ogni  opera, e porgere ai nostri occhi e al nostro sentire quando dà forma ai suoi  petali di pietra tagliati di netto nella pietra bianca della Majella o nel marmo di Carrara e mentre li innesta in altri marmi o in legni di colore naturale, evidentemente evocativi della terra e delle piante che in essa affondano le proprie radici, traendone linfa vitale. Così fa quando annoda il marmo in Tralcetto 2014, e così anche in Omaggio allo zafferano,  dove il prezioso fiore è solo apparentemente in bilico sulla sua base, percepibile come un corpo oscillante, ma ben saldo in essa. E in verità, questo fiore di zafferano parla di un “oltre” dell’arte, facendosi metafora  del ciclo eterno della vita. Un ciclo eterno raccontato per  frammenti,  sintagmi di natura come momenti di vita  quotidiani e semplici, cui la pietra, solo la pietra, in connubio con il legno se occorre, sa restituire la dovuta sacralità, senza togliere a ciascuno di essi quel ché di giocoso e lieve che pure gli è connaturato, come le forme di Colangelo rivelano.

 

Ver sacrum, o “della sacralità della natura”: un’opera in cui si può riconoscere appieno la poetica  dell’autore, cioè scolpire la pietra giammai per rappresentare il vero, bensì per cogliere ed evocare il sacro della natura e della vita in cui siamo immersi. Quasi un compito etico per questo artista – che infatti trova ampio  spazio e grande pregnanza nell’esperienza di insegnante di liceo artistico – mentre suggerisce di riconoscere ed apprezzare, con l’osservazione attenta ed intensa che si deve all’opera d’arte,  ciò che il vedere quotidiano ci fa solo velocemente consumare.  E così fa, tanto con una forma spiazzante per la sua – apparente – evidenza, come Arrosticino, quanto con una, ermetica e seducente, come Ver sacrum.

 

Ma anche con tutte le altre opere qui esposte: Abruzzo in pietra, si fa così vero e proprio manifesto di quella Creatività in nome della quale la mostra stessa è nata, capace com’è di interpretare il senso dichiarato di tutta la Festa: la creatività non è una caratteristica di pochi individui, ma una dote potenziale di tutti gli esseri umani. Quelli a cui Colangelo parla con le sue opere, chiedendo loro di soffermarsi a guardarle, per riflettere su quello che richiamano alla mente, allo spirito ed ai sensi…..

 

Così torniamo a Ver sacrum: con l’organica e misteriosa stele di pietra, in posizione asimmetrica sulla sua magnifica base lignea  perfettamente squadrata,  si presenta aristocraticamente  un’ idea di severa bellezza, che si lascia percepire nell’energia elegantemente trattenuta dal nero del marmo – rigonfio  nel ventre ed affusolato alle estremità, lucente e prezioso, misterioso e fortemente evocativo –  accentuata dalla posizione apparentemente instabile, cui solo un incredibile nastro di pietra a vela restituisce equilibrio e  stabilità.  Ogni potenziale movimento, o caduta, si trasmuta allora e qui  in effettiva stabilità e certezza. Così nell’arte, come in un credo.

 

Ma in “Unsologiorno – l’Abruzzo in pietra” c’è pure dell’ altro, se con l’architettonico menhir-Guerriero, questa volta saldamente poggiato sul suo piedestallo, Colangelo sembra sì voler riscoprire la solennità e la potenza immaginifica degli arcaismi europei e  portare  nel  mondo globale l’eco di un passato remoto e suggestivo, ma anche suggerire nuove prospettive simboliche. Prospettive che parlano di futuro, parlando di dialogo e di incontro fra civiltà, come quello che l’archeologia ha recentemente evidenziato fra i guerrieri piceni – popolo  d’Europa, migrati da nord a sud del nostro continente, cui apparteneva Nevio Pompulledio, il Guerriero di Capestrano – ed  i guerrieri celti di Hirschlanden e di Glauberg. 

 

Ed un futuro che lo stesso Colangelo interpreta artisticamente rendendo attuale il dialogo, con il suo Guerriero e tutta l’installazione aquilana, grazie all’utilizzo di marmi diversi per colore e struttura, e composizioni di forme apparentemente in-compatibili, cui però l’artista riesce a conferire stabilità e durata.

 

Biografia

GIUSEPPE COLANGELO (Liestal, Svizzera, 1968), si è diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte di Vasto nel 1988, in arte dei metalli e dell’oreficeria. Successivamente ha concluso gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze, sezione scultura (1992). E’ seguita una fase di insegnamento, come docente di Storia dell’arte e Linguaggio Visuale, prima presso il Liceo Artistico di Lecco, poi presso il Liceo Artistico di Basilea (Svizzera), dal 1998 insegna Discipline plastiche presso l’Istituto d’Arte di Perugia, Lanciano e Chieti. La sua attività di ricerca ha seguito in modo significativo i vari settori delle arti visive: scultura, pittura, grafica, cinema, fotografia e nella didattica attraverso progetti artistico-educativi allestendo il Laboratorio Sperimentale d’Arte “Dallo scarabocchio alla creatività” rivolto a minori, all’integrazione e ai diversamente abili. Ha preso parte a numerosi Simposi Internazionali di Scultura, in particolare XV Simposio Internazionale di Scultura a Carrara, Morphè e Tragitti nella Provincia di Cremona, Scolpire in Piazza a Sant’Ippolito (PU), Vergnacco (UD) ed Orzinuovi (BS) .

La pietra interpreta la Tavola degli Dei: Fluusai, musa dei germogli

Bianca Campli commenta la mostra di Giuseppe Colangelo

Danza Mistica 2005, limeston turco, SCULPERE Simposio di Scultura Castiglione M. M. (CH)

SCULPERE 4° Simposio Internazionale di Scultura su pietra della Majella Castiglione Messer Marino (CH)

A cura di Maria Cristina Ricciardi

Seme con germogli 2010, Villa MANIN (UD)

Germogli nuovi, corpi nuovi sbocciano da un seme maturo, differente per colore e per forma, simbolo di una terra in movimento, che ha già vissuto e ora si offre come punto di partenza per ricominciare. Giuseppe Colangelo ha unito vari concetti in un’opera che vuole essere anche simbolo di rinnovamento e speranza per l’Abruzzo, come per il Friuli.

Piera Sgiarovello